Misteri

Mauro Biglino. Mosé e il Kevod: NON è la gloria di Dio, ma un oggetto volante, luminoso, usato dagli Elohim

Il Kevód degli Elohim o la gloria di Dio?

Diciamo subito che la “gloria” (di Dio) è un concetto di non facile comprensione.

Il termine ebraico è FBU (che si legge kevòd/kebòd oppure kavòd/kabòd) deriva dal verbo che indica i concetti di: “essere pesante, avere peso, essere onorato, essere duro”.

I Greci hanno tradotto questo termine col vocabolo doxa, che viene a sua volta reso nelle lingue moderne con “gloria”. La traduzione di questo termine è sempre stata condizionata dalla visione “spirituale” della divinità, che – abbiamo visto – non corrisponde affatto alla rappresentazione degli Elohìm presente nell’AnticoTestamento: gli Elohìm infatti tutto erano tranne che esseri spirituali!

La fantasiosa elaborazione teologica ha stravolto il significato del termine che invece significa ben altro. Questa variazione di significato deriva esclusivamente dalla necessità avvertita dai teologi di trovare un modo per conciliare il termine kevòd con l’idea di Dio che loro hanno artificiosamente elaborato.

Infatti, la radice consonantica FBU rimanda con estrema chiarezza ai concetti di  “peso” e “forza” che sono i due aspetti fondamentali rappresentati da questo termine e sono presenti in tutte le parole che derivano da questa radice.

Per estensione, si connette al concetto di “potenza”… in altri termini, i significati di “peso” e “onore” sono stati interpretati come attributi di un Dio visto come entità spirituale trascendente.

… Gli incontri di Mosé con il suo elohim: “La colonna di nubi che discende da cielo”

Proviamo ora ad analizzare i passi dell’Antico Testamento che ci narrano di questa “gloria” – e del modo in cui si manifesta all’uomo – sulla base dell’idea degli ANUNNAKI/ELOHÌM così come sono descritti nella Bibbia: individui in carne e ossa, creatori materiali della specie umana, con la quale hanno continuato ad avere rapporti quotidiani che naturalmente non erano paritari.

Anche se l’uomo era stato creato “a somiglianza” degli Elohìm e “con la loro immagine”, dobbiamo ricordare che questi ultimi erano pure sempre individui il cui potere, il cui peso, erano di gran lunga superiori a quelli dell’Adàm.

Insomma, si trattava di rapporti di forza che regolavano un patto di convivenza in cui uno dei due contraenti era, indubbiamente, il contraente forte.

Nella concretezza del nostro percorso affrontiamo dunque il passo del Pentateuco in cui il kevòd si presenta in un modo speciale, originale, straordinariamente concreto e sicuramente sorprendente.

Siamo nel libro dell’Esodo, capitolo 33: il redattore narra che il popolo procedeva nel deserto e che, a ogni tappa, Mosè prendeva la tenda del convegno (luogo dell’incontro) e la piantava – precisa il testo – «lontano dall’accampamento» (versetto 7). Chiunque cercasse l’Elohìm doveva uscire verso questo luogo di incontro che era fuori dall’accampamento…

Nel corso di tutto il peregrinare verso la Terra promessa il popolo era guidato da una colonna di fumo/nubi che, durante la notte, diveniva una colonna di fuoco e quando Mosè desiderava conferire con l’Elohìm si avvicinava alla tenda del convegno, vi entrava (Es 33,9).

La colonna di nube dunque compiva una discesa e prendeva una posizione precisa, ogni volta la stessa.

“A questa vista tutto il popolo si prostrava…”

Che non si trattasse di una sorta di strana visione o di una rappresentazione fantasiosa, elaborata allo scopo di stupire, appare evidente nel prosieguo del racconto che descrive nei particolari ciò che succedeva, senza trascurare nulla (Es 33,10)… E tutto il popolo vedeva questa colonna di fumo.

A questa vista tutto il popolo si alzava e poi si prostrava, stando ciascuno vicino alla sua tenda: insomma, presso il luogo del convegno avveniva un qualcosa che era riservato a Mosè e a cui gli altri dovevano assistere da lontano, senza avvicinarsi.

In quelle occasioni Mosè parlava con l’Elohìm che scendeva nei pressi della tenda… Il narratore ci precisa che si trattava di un colloquio assolutamente convenzionale, una comunicazione normale (Es 33,11).

Insomma, si ha la concreta impressione che questo Elohìm si spostasse con un “qualcosa” che di giorno si presentava come avvolto da vapori e che, nel buio della notte, lasciava invece intravedere la luce del fuoco che produceva… E una volta sceso, aveva con Mosè normali incontri colloquiali.

Ma che cos’era questo “qualcosa”?

… che cos’è allora il “concretissimo” Kevód degli Elohim?

Il racconto degli incontri e dei colloqui tra Mosè e l’Elohim prosegue narrando tutte le perplessità che Mosè nutriva: questo “dio” non dava insomma sufficienti garanzie e certezze.

Mosè gli chiede quindi di guidare concretamente il popolo nel cammino verso la Terra promessa e sottolinea però che tutti devono vedere con grande evidenza che l’Elohim è con loro. La presenza “divina” dev’essere insomma chiara e visibile.

L’Elohim si rende conto della situazione, acconsente e promette che farà ciò che Mosè chiede. Ma al fondatore di Israele questo non basta e vuole dunque una prova, la possibilità di vedere finalmente lo strumento della presenza fisica di questo Elohim che sta facendo promesse di conquista (Es 33,18): infatti Mosè ha necessità di garanzie, vuole parlare col popolo a ragion veduta: se deve convincerlo a seguire questo Elohim, e non altri, dev’essere sicuro di quello che fa.

L’Elohim comprende la necessità, aderisce alla richiesta di Mosè, ma lo avverte che ciò che sta per avvenire è estremamente pericoloso: può causare anche la sua morte.

La gloria di Dio (il kevod degli elohim) può uccidere un uomo!

In sostanza, la “gloria di Dio” che Mosè chiede di vedere… può uccidere l’uomo!

Ciò che deve rappresentare la manifestazione gloriosa della divinità è potenzialmente letale!

L’esternazione della trascendenza spirituale uccide!? Ma Dio non è in grado di controllarne la potenza, chiediamo noi? Evidentemente no!

Questa manifestazione non può essere dosata o in qualche modo filtrata, l’Elohim può solo fornire delle indicazioni per controllare gli effetti della sua “gloria”, attutirne le conseguenze, ma non annullarle o mitigarle in via preventiva: questa “gloria” agisce sempre necessariamente con tutta la sua micidiale potenza.

Le indicazioni OPERATIVE e pratiche prima di manifestare il Kevód (e le precauzioni per Mosè)

Se si pensa che kevòd/kabòd è normalmente tradotto con “gloria” – un concetto assolutamente astratto, una sorta di categoria teologica – diviene difficile comprendere il motivo per il quale l’Elohim prepara l’evento della “manifestazione” con una serie di indicazioni operative decisamente pratiche e tese chiaramente – e in modo esclusivo – a salvaguardare l’incolumità fisica di Mosè.

Invece avviene proprio questo: l’Elohìm è costretto a dare indicazioni operative pratiche, a prendere insomma delle precise precauzioni.

Infatti, dopo avere detto a Mosè che non potrà «vederlo di fronte» (stargli davanti?) perché morirebbe, aggiunge un consiglio, un’indicazione pratica (Es 33, 21)

L’indicazione è talmente colloquiale e concreta che pare a noi di assistere alla scena e vedere il gesto del braccio che indica quel posto preciso; insomma una sorta di: “Mettiti lì e cerca di stare ben saldo!”.

Ma evidentemente questo accorgimento non doveva essere sufficiente, perché l’Elohim ritiene necessario effettuare un ulteriore intervento (Es 33, 22):  l’Elohìm usa l’espressione “luogo vicino a me” e indica a Mosè una fenditura che evidentemente doveva trovarsi nel luogo “vicino a lui” e che sarebbe servita da protezione.

Pertanto possiamo ipotizzare che l’Elohìm consiglia a Mosè di mettersi nella “fenditura” della roccia e che lui provvederà a “riparare, coprire” tale cavità quando passerà.

Ci chiediamo allora:

• Che cos’era questa “gloria” che non poteva essere vista di fronte?

• Che cosa passava dunque davanti a Mosè di così pericoloso da richiedere una protezione particolare?

• E l’Elohìm come poteva riparare Mosè con il palmo della sua mano mentre passava?

È difficile infatti trovare una spiegazione se si continua a pensare alla “gloria divina” come a un qualcosa di trascendente!

La soluzione è invece possibile proprio alla luce di quanto stiamo cercando di evidenziare e cioè la concretezza dell’evento descritto.

In sostanza, Yahweh accetta di mostrare il kevòd in azione e, per farlo senza produrre conseguenze irreparabili su Mosè, gli ordina di mettersi al riparo nell’incavo delle rocce.

Il volto ustionato di Mosé

Certo è che dopo questa esperienza, seguita dalla consegna delle Tavole della Legge, Mosè si presenta al popolo con il volto arrossato, come bruciato, al punto da richiedere di essere costantemente coperto da un velo, che viene tolto solo quando entra nella tenda alla presenza dell’Elohìm (Es 34, 29 e segg.).

• Ma che cos’è successo?!

• È stato esposto a una potente fonte di energia?

• È stato colpito da una radiazione che, come quella solare, produce ustioni?

Questi effetti, però, non appaiono poi così strani se si considera che in Es 24,15-17 si dice che, quando Mosè sale sul monte, il “kevòd” dell’Elohìm dimora sulla cima, producendo una nube che la ricopre.

La descrizione dell’atterraggio del Kevòd

Il versetto 16 contiene inoltre una precisazione importante: il verbo usato indica proprio l’atto di “installarsi” e poi rimanere, dimorare: con questo stesso significato ricorre varie volte in altri passi dell’Antico Testamento, e qui il verbo esprime proprio l’atto di prendere posizione, posarsi, e poi rimanere sul monte!

Pare di assistere alla normale descrizione di un atterraggio di un oggetto volante con effetti visivi notevoli e spettacolari.

Infatti viene anche descritto anche quello che gli Israeliti vedono dal basso: il kevòd si presentava come fuoco o come nube, e l’Elohim chiamava spesso Mosè proprio dal mezzo di questa “nube” nella quale egli entrava. Si tratta quindi della descrizione di un fenomeno fisico concreto, evidente, che si verificava sotto gli occhi di tutti ed era ben visibile anche dalla valle sottostante!

Particolarmente impressionante, poi, è la cosiddetta “teofania” descritta nel capitolo 19, quando l’Elohìm si manifesta sul monte monte Sinai (Es 19,18) all’interno di fenomeni che dovevano apparire terrificanti agli occhi atterriti degli Israeliti: tuoni, lampi di luce, un suono forte e prolungato come quello di una tromba…

Queste descrizioni sono troppo precise per essere interpretate come “visioni” o come il ricordo di fenomeni atmosferici naturali (ai quali i nomadi erano sicuramente abituati!); tanto meno possono essere ricondotte ad una ingenua volontà di inventare una qualche forma di apparizione in grado di stupire il lettore: ben altro è stato fatto in questo senso nella produzione letteraria religiosa.

Qui siamo di fronte alla presentazione di eventi straordinari cui assisteva l’intero popolo: fenomeni precisi, assolutamente nuovi per l’ordinaria esperienza di quella gente, costituiti da immagini, situazioni e suoni che – se per un attimo ci liberiamo dai pregiudizi e seguiamo liberamente il pensiero e le attuali conoscenze – sono molto facilmente riconducibili alla presenza di un “qualcosa” che si manifestava con grande potenza.

Kevòd, il mezzo su cui viaggiavano gli ANUNNAKI/ELOHÌM

Il termine kevòd in effetti identifica proprio questo: ciò che è pesante e forte.

Noi, oggi, potremmo definire kavèd (aggettivo) un aereo, un carro armato, una nave, un elefante… Magari proprio il mezzo su cui viaggiavano gli ANUNNAKI/ELOHÌM?!

Vale la pena di richiamare qui uno dei più importanti studiosi ebrei, Rashi di Troyes (X secolo d.C.), nel commentare il libro della Genesi, forniva un’immagine molto realistica del «Trono della Gloria di Yahweh» che all’origine della creazione stava sospeso nell’aria e aleggiavasulla superficie delle acque come una colomba sta sospesa sopra il suo nido, e rispondeva al suo comando.

Insomma, anche per questo commentatore ebreo la “gloria” era un qualcosa di esterno a Dio, uno strumento di cui Dio si serviva per spostarsi comandandolo (non pare la descrizione del controllo di un oggetto volante?…).

Dio era in realtà un E.T. che viaggiava su macchine volanti?

E forse era proprio questo realismo a fare sì che questo passo venisse inserito tra quelli che potevano/dovevano essere letti e spiegati da un maestro ai soli allievi ritenuti in grado di comprenderli accettarli: noi lo definiremmo quindi un brano iniziatico o esoterico, riservato cioè a pochi.

Va detto che tale accorgimento mantiene la sua validità anche ai nostri giorni:

• Quanti sono coloro che con serenità possono accettare l’idea che Dio era in realtà un E.T. che viaggiava su macchine volanti?

• Quanti sono quelli che istintivamente si ribellano a una tale affermazione ritenuta inaccettabile?

Per contro, l’intera storia dei commentatori tradizionali – che rifiutano pervicacemente questa ipotesi – dà conto dell’enorme difficoltà nel comprendere e descrivere il “kevòd” in termini di spiritualità e trascendenza.

Libero sfogo alla “gloriosa” fantasia!

Non a caso, non sapendo come interpretare e non volendo semplicemente accettare l’evidenza di un racconto, sono stati costretti a introdurre concetti molto complessi. Della “gloria di Dio” è stato detto e scritto che:

• è un concetto difficile da analizzare;

• è una categoria teologica;

• i suoi tanti possibili significati ci aiutano a comprendere qualcosa del mistero di Dio;

• non è un fenomeno fisico impersonale separato da Sé stesso, ma un’espressione personale di Sé stesso all’uomo;

• è la manifestazione della trascendenza divina;

• è il potere salvifico di Dio;

• è la rivelazione di come Egli desidera essere conosciuto da noi;

• la sua gloria è il suo diritto di preminenza in virtù del suo essere Dio;

• la gloria di Dio è scesa sulla terra per illuminare le genti ottenebrate dalla nube di Satana;

• la gloria di Dio è qualcosa che trascende il breve spazio del nostro soggiorno sulla terra…

… e così via!

Come si vede, quando per pregiudizio, e quindi per necessità, si deve dare libero sfogo alla fantasia, ciascuno può introdurre gli elementi che desidera, quelli che rispondono al suo particolare bisogno di vedere il divino.

A noi pare molto più semplice pensare che chi ha redatto i testi ha trasposto su carta il racconto di fenomeni fisici concreti cui avevano ripetutamente assistito certamente centinaia, forse migliaia di persone e il cui ricordo dev’essere stato tramandato nel tempo, almeno nei suoi aspetti sostanziali, sia pure con tutte le inevitabili varianti che la trasmissione orale sempre produce.

via UnoEditori

Mauro Biglino, studioso di storia delle religioni, è stato traduttore di ebraico antico per conto delle Edizioni San Paolo. Da circa 30 anni si occupa dei cosiddetti testi sacri nella convinzione che solo la conoscenza e l’analisi diretta di ciò che hanno scritto gli antichi redattori possano aiutare a comprendere veramente il pensiero religioso formulato dall’umanità nella sua storia. Autore di numerosi best seller, tra cui: “La Bibbia non è un Libro Sacro“, “Il Libro che Cambierà per Sempre le Nostre Idee sulla Bibbia“, “Il dio alieno della Bibbia